Teresa Cicero Photographer

Concept

Autoritratto. Foro stenopeico.

 

Teresa porta avanti la sua ricerca fotografica utilizzando il foro stenopeico (o pinhole) dal 1994.
Attraverso questo mezzo lo studio della luce e del suo comportamento è stata la guida che ha accompagnato Teresa nel suo continuo lavoro esperienziale. Numeroso è l’archivio immagini, che negli ultimi anni si è arricchito di una nuova tematica, la rappresentazione dell’uomo e delle sue inquietudini.

 

 

Teresa Cicero
ovvero
siamo sicuri di parlare soltanto di fotografia?

 

Le foto che Teresa mi ha portato perché scrivessi queste righe spaziano dall’astrattismo alla messa in scena, dai paesaggi agli interni, utilizzando formati, orizzontali o verticali, quasi sempre dal 6×9 in su, che danno il senso dello spazio e del tempo.

E sono tutte foto stenopeiche.

Credo che questo sia il punto dal quale partire per capire meglio non solo le foto di Teresa ma soprattutto per accostarsi allo spirito che volteggia sopra alla moderna percezione delle immagini.

Il foro stenopeico è vecchio come il mondo, inutile qui ripercorrerne la storia, si può benissimo consultare una vasto numero di websites su Internet, basterà ricordare che il primo a parlarne fu un filosofo cinese nel V secolo a. C. e che la stessa parola “stenopeico” proviene dal greco.

Nonostante la sua conclamata vetustà, però, oggi, in piena epoca digitale e photoshoppista, fotografare attraverso il foro rappresenta una incredibile novità. Non solo, rivela una serie di opportunità di scandagliare il mondo che ci circonda che appaiono del tutto precluse alle fotocamere digitali, per quanto superaccessoriate e contenenti i programmi più “innovativi”. Il digitale ci permette con grande facilità di cogliere la realtà così com’è, anzi di abbellirla fin che si vuole o di modificarla cambiando forme e colori, ma non consente di penetrarla, di guardare oltre le apparenze, in sostanza di “vedere dentro” per coglierne gli aspetti più profondi e nascosti.

Si può fare reportage, si possono riprendere le gare dei vari sport, si possono raffigurare sequenze sceniche degli spettacoli teatrali e dei concerti, perfino i bambini si cimentano con la fotografia senza alcuna difficoltà, senza conoscerla, come mia figlia di 8 anni: il digitale ha semplificato tante cose della nostra vita, innegabilmente.

Ma quando Teresa realizza una foto come Her Road, a mio modestissimo parere una delle sue foto più emozionanti e significative, non si limita a riprendere la striscia bianca ai bordi di una strada asfaltata in campagna, quella foto contiene soprattutto il passare del tempo, l’autunno della vita, in sostanza la caducità dell’esistenza. I buchi del rullino fotografico 35 mm rappresentano lo scorrere del tempo e sono parte integrante della foto, tanto che “tagliano” il filare di alberi spogli e qualche ciuffo d’erba qua e là, mentre la striscia di vernice bianca diventa l’autostrada nella quale corre e scorre la nostra vita verso imperscrutabili, ma forse poco rassicuranti, orizzonti. Tutto ciò nessuna macchina digitale potrà farlo.

La tecnica stenopeica equivale ad un viaggio nel tempo,  verso una dimensione “altra” nella quale il tempo stesso viene dilatato, compresso, distorto, rimosso, fino a comprendere non solo l’immagine ma anche tutto ciò che la compone e la crea: graffi, lampi di luce, il nastro adesivo che tiene ferma la pellicola, e perfino il marchio, i simboli ed i  numeri che segnano lo scorrere delle foto.

I fotografi stenopeici non usano più “macchine fotografiche” (se così possiamo chiamarle, dato che non contengono quasi mai congegni meccanici, ottici o elettronici), ma utilizzano scatole e cilindri delle più svariate forme, oggetti d’uso comune, opportunamente trasformati, perfino cestini di vimini come Teresa ci ha insegnato.

Nelle sue foto non colgo la spettacolarità dello “scatto”, né la casualità di aver colto immagini di realtà nascoste (contorte o distorte), semplicemente “catturate”, bensì il lavoro profondo dentro sé stessa per raggiungere quella che lei, e lei sola, ritiene possa rappresentare al meglio il suo mondo interiore, la propria realtà, attraverso la percezione di una sensibilità che va molto al di sopra e al di fuori di tutto ciò che per gli altri rappresenta.

Così, nei paesaggi, non troveremo bei filari di viti, ordinati e composti, ma una macchia indistinta con punte acuminate verso l’alto, né rilassanti arcobaleni ma raggi solari che puntano direttamente verso noi spettatori, né garofani in bella posa dentro vasi scolpiti ma una macchia rossastra dentro un’assordante massa di bianco informe. Non troveremo immagini confortanti neppure nei suoi interni, laddove spiccano persone assenti o non più presenti, ombre, tavole imbandite e sgualcite dopo una cena ormai conclusa e anche laddove gli scenari sembrano essere più rassicuranti, come ad esempio in Self-portrait with circles, si viene trasportati in atmosfere del tipo Odissea nello spazio.

Le immagini di Teresa appaiono inquietanti, come del resto lo è la vita stessa. Eppure un altro elemento che torna sovente nelle foto è la luce che penetra prepotentemente dentro la pellicola, come in Paths more lives o in Spectrum and Fonale family oppure in Sabina’s house, tanto per fare degli esempi di fotografie di notevole impatto emotivo. Certo può risultare facile fare il parallelo tra la luce e la vita stessa, entrambe con la loro urgenza e la loro energia, entrambe con la stessa forza di affermazione, ma in queste immagini la luce sembra avere anche un’altra valenza: quella di rappresentare la natura stessa dell’esistenza, come se la luce fosse imprescindibilmente legata alla creazione. E, soprattutto, come se neppure il buio più profondo potesse esistere senza la luce. Questa, a mio avviso, costituisce la potente lezione di Teresa.

Appunto, Teresa. Permettetemi, dopo aver scritto delle sue foto, di dire qualcosa anche su di lei,  che è una persona meravigliosa, una di quelle che raramente la vita ti concede di incontrare sulla tua strada, una donna che ti conquista non solo con la sua apparente dolcezza ma soprattutto con l’intelligenza e la profondità dello sguardo. Grazie di esistere!

Mauro Tozzi

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